Il Re di Abgar - ARTEIKON - IMMAGINI DELL'INVISIBILE Un itinerario ed un incontro nella Bellezza originaria

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Storia e Teologia
Il re Abgar
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L'icona è una professione di fede.

Le icone non sono quadri e per questo non possono essere paragonate, nel senso artistico, alle altre opere d'arte. Quindi per comprenderle profondamente bisogna guardarle con gli occhi di un credente, perché "l'Invisibile" riveli il suo volto al nostro sguardo. Ogni accadimento della vita dell'uomo è una dichiarazione d'amore di Dio per la sua creatura. Lo sguardo "dell'icona" è rivolto dall'eternità verso chi la contempla, perché possa generare in lui la speranza. Ma risulta difficile comprendere le icone, per noi occidentali, anche per il particolare modo attraverso il quale vengono raffigurate le persone, gli oggetti e lo spazio che si trovano in esse. Nulla però, nella realizzazione di un'icona, è lasciato al caso, ogni elemento si unisce all'altro perchè il tutto possa guidare gli uomini alla contemplazione del Regno. L'icona, è dunque, una vera e propria professione di fede, perché rende presente con i colori ciò che il Vangelo annuncia con la Parola. Quindi essa ci parla. A noi il compito di entrare nel rispettoso silenzio per ascoltare la sua testimonianza e ricevere il suo insegnamento.

"Cosa fece il re Abgar (di Edessa)?

"Egli vide abili pittori e ordinò di andare insieme ai suoi messaggeri e di dipingere e portargli riprodotto il volto del Signore, affinché egli potesse rallegrarsi della sua immagime come della sua personale presenza. Ora vennero i pittori con i messaggeri del re, ma non furono in grado di dipingere un'immagine dell'umanità del Signore degna di adorazione. Quando però il Signore con la sua divina scienza guardò (riconobbe) l'amore di Abgar per Lui, e dopo che Egli vide che i pittori si davano pena per trovare un'immagine che essi lo dipingevano come Egli è e non ci riuscivano, Egli prese un panno e lo premette sul suo volto, che dona la vita al mondo, e questo vi restò impresso come Egli era. E quel panno venne portato e come una sorgente di grazie deposto nella Chiesa di Urai (Edessa) fino al giorno odierno".

(Leggenda siriaca redatta attorno all'anno 800)
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