Gennaro Matino - ARTEIKON - IMMAGINI DELL'INVISIBILE Un itinerario ed un incontro nella Bellezza originaria

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Gennaro Matino

Storia e Teologia > Teologia dell'icona


Gennaro Matino

Vicario delle comunicazioni
Docente di teologia pastorale
presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale San Tommaso d'Aquino
e di Storia del cristianesimo presso l'università Suor Orsola Benincasa
Parroco dal 1986 della parrocchia della SS. Trinità


Nell'arte bizantina e russa, l'icona è un'immagine sacra dipinta su tavola. Il termine deriva dal greco eikón, appunto immagine, tuttavia essa è qualcosa in più di un dipinto sacro, è deuterótypos toú prototypoú: riflesso della realtà di Dio. A differenza dell'arte occidentale, ciò che rende sacra l'icona, non è semplicemente il tema rappresentato, ma il rivelarsi di Dio all'uomo, come se l'iconografo annunciasse attraverso il dipinto ciò che la Sacra Scrittura annuncia con la parola: "l'immagine visibile del Dio invisibile" (Col 1,15).
Nella realizzazione dell'opera l'iconografo, guidato dallo Spirito, non si limita a raffigurare il mistero, ma ci introduce in esso, nell'incarnazione di Cristo che ha unito l'umano e il divino, immanenza e trascendenza: "L'icona - conferma Sendler - è partecipazione all'incarnazione di Cristo".
Consapevole della sacralità intrinseca dell'icona, l'artista sa che mentre egli "scrive" la tavola, Dio penetra la sua anima e conduce la sua mano. Egli lavora con timor di Dio perché è arte divina, è contemplazione e nella preghiera inizia, prepara e dipinge l'icona. Prima di mettersi al lavoro, infatti, l'iconografo recita la sua orazione:

"Tu, divino Signore di tutto ciò che esiste,
illumina e dirigi l'anima mia,
il cuore e lo spirito del tuo servo,
guida le sue mani,
affinché possa rappresentare
degnamente e perfettamente
la tua immagine,
quella della tua santa Madre e di tutti i santi,
per la gloria e il decoro della tua santa Chiesa".

E nella preghiera l'artista si lascia guidare dalla rivelazione stessa, senza esprimere il suo pensiero, e proprio per questo l'icona non è la lettura di un evento sacro che fa l'artista, come nell'arte sacra occidentale, non è interpretazione personale dei colori e della luce, ma è il disvelarsi della presenza di Dio. Mentre in Occidente l'artista nel rappresentare la storia sacra ne immortala un frammento e grazie alla sua genialità il sacro diviene arte, perché è la mano dell'artista che dà nuova dignità alla materia, nell'icona l'artista rimane nascosto, è la mano di Dio, è Dio stesso che nel suo continuo rivelarsi all'uomo dà dignità alla materia, la sacralizza e il tutto si rivela nel frammento e il frammento nel tutto.
Nelle opere di Leonardo trapela la stessa passione dell'artista, il suo tratto inconfondibile, il suo porsi di fronte agli eventi, siano essi sacri o profani. La tecnica di Leonardo è inconfondibile sia che dipinga la Vergine, sia che dipinga la Gioconda. Il fine dell'iconografo invece non è la realizzazione di un'opera d'arte, ma portare l'uomo alla contemplazione, alla comunione spirituale con Dio: "l'arte - afferma Sendler - deve rinunciare a se stessa, deve passare attraverso la propria morte, immergersi nelle acque del battesimo per uscire da queste fonti battesimali, all'alba del IV secolo, in una forma mai vista prima: l'icona. È l'arte risorta in Cristo, né segno, né quadro, ma simbolo e luogo della Presenza".
L'icona cristiana nasce nel IV secolo dallo scontro e dall'incontro tra la cultura greca e la cultura cristiana, tra la spiritualità ellenistica e la tendenza ebraica a glorificare la materia.
Risposta alle eresie cristologiche dei primi secoli che ponevano l'accento ora sull'umanità del Cristo, ora sulla sua divinità, l'icona esprime nella sua interezza il mistero di Cristo, vero uomo e vero Dio: come nell'incarnazione il Verbo si è fatto carne, così nell'icona la materia si carica di energia divina che si muove verso chi la contempla grazie anche alla prospettiva rovesciata che fa sì che il punto di fuga prospettico non sia dietro il quadro, ma converga in chi contempla l'icona. E in questo gioco prospettico l'icona si apre all'uomo e l'uomo si apre a Dio. Trascendenza e immanenza, fusi, ma non confusi, permettono l'esaltazione dell'umano e la venerazione del divino risolvendo l'antinomia uomo-Dio nell'unità di Cristo. Antinomia che nell'icona non viene risolta attraverso un compromesso tra l'umano e il divino, ma viene espressa in una tensione all'unità e come una sinfonia arriva nel profondo del cuore per lasciare intravedere cieli nuovi e terre nuove.
Ed è forse questa sorta di sinfonia che fa sì che dall'icona trapeli una concezione della bellezza diversa, lontana dalla concezione classica occidentale che considera la bellezza come perfetta armonia tra contenuto e forma. E come una sinfonia ti entra nell'anima e ti porta altrove, così la sinfonia dell'icona ti entra dentro e ti permette di entrare nel mistero di una bellezza diversa, sublime, perché il bello non è più dato dalla forma esteriore, ma da ciò che è nascosto. Sublime è il sentimento che nasce dalla vista di uno spettacolo grandioso e l'icona è sublime nel senso che suscita in chi la contempla un sentimento che muove dal "basso verso l'alto" , dall'immanente al trascendente, dall'uomo a Dio.
Dionigi pregava:

"Io desidero che la tua icona, o Madre di Dio, si rifletta continuamente nello specchio delle anime e le conservi pure fino alla fine dei secoli, rialzi coloro che sono curvati verso terra e doni speranza a coloro che considerano e imitano l'eterno modello della Bellezza".

E forse proprio per questa capacità di parlare al cuore dell'uomo che un tempo gli iconoclasti perseguitarono e bruciavano le icone, forse sconcertava il solo pensiero che dall'uomo potesse venir fuori una bellezza diversa: una bellezza interiore che è dentro ogni uomo, una bellezza che è riflesso di qualcosa d'altro, del suo vero essere a immagine e somiglianza di Dio.
E forse è ancora per questo che oggi è difficile educare alla contemplazione delle icone: in un tempo, il nostro, in cui siamo abituati ad immagini forti, violente o effimere; in un tempo in cui conta l'apparenza e non l'essere, è difficile imparare a leggere nell'icona ciò che è nascosto dietro l'immagine, contemplarla con lo stesso spirito con cui si legge la Sacra Scrittura. Eppure recuperare il significato dell'icona è importante proprio in questo tempo che più che mai ha bisogno di preghiera. E l'icona, più dell'arte sacra occidentale, aiuta a pregare, perché tra un'opera di Leonardo e un'icona c'è la stessa differenza che esiste tra una cattedrale e un eremo: la prima lascia senza fiato per la sua grandiosità artistica, l'eremo lascia senza fiato perché diventa porta sull'assoluto. L'icona, "finestra aperta sull'infinito", è dunque qualcosa in più di un'immagine sacra, è qualcosa di sublime che innalza la terra al cielo e trasfigura ciò che è umano in divino. Non è un caso che la prima icona che il monaco doveva dipingere era la Trasfigurazione, affinché fosse chiaro che lo scopo delle icone, al di là della contemplazione, rimanesse la volontà, il desiderio ardente di trasfigurare il mondo in Cristo.
Probabilmente l'Occidente sfigurato dall'individualismo, dalla divisione, dalla violenza della guerra ha bisogno di questa bellezza sublime, che accarezzando il profondo dell'animo, trasfigura l'uomo. Forse nel tempo dell'apparenza possiamo lasciarci provocare attraverso l'icona dall'appariscenza del nascosto. Mi ha sempre colpito il fatto che le icone venissero coperte con un velo per poi essere scoperte solo nel tempo della preghiera, come se il Dio nascosto fosse in attesa dell'uomo, pronto a lasciarsi trovare da chi lo cerca.
L'icona consente il dialogo tra l'uomo e Dio: l'icona, sostiene Romano Scalfi, è dialogica per sua natura. È sempre dialogica perché non ha mai finito di parlare e mai cessa di esigere una risposta.
E forse questa capacità dialogica dell'icona può aiutare ad aprire il dialogo tra uomo e uomo, tra Nord e Sud, tra Occidente ed Oriente, perché non vi può essere dialogo tra Dio e l'uomo, se non vi è dialogo tra gli uomini.
Se l'icona introduce nel mistero dell'incarnazione, se è sinfonia di umano e divino, se è dialogica per sua natura, forse può aiutarci a salire sul Tabor e mostrarci il miracolo del mondo sfigurato e diviso, unito e trasfigurato dall'amore di Cristo.
Pregare con le icone è una grande avventura che può permettere di leggere il libro della vita con gli stessi occhi del creatore. Angelo Vaccarella ha voluto scrivere di icone e pregare con esse. Lui, iconografo, contempla il mistero con la forza dei colori e invita noi a fare altrettanto, per questo bisogna ringraziarlo. Mentre i colori della speranza sembrano sbiadire sotto l'attacco della mortificazione della poesia, gridare la propria fede nella bellezza può ridare coraggio agli sfiduciati.


Cenni biografici


Gennaro Matino è nato a Napoli nel 1956. Formato alla luce della svolta del Concilio Vaticano II e ordinato sacerdote nel 1981 dall'Arcivescovo di Napoli il Cardinale Corrado Ursi, deve la sua formazione spirituale a Giacomo Nardi e l'insegnamento pastorale a Luigi Pignatiello. Ha conseguito il dottorato in teologia e le lauree in pedagogia e filosofia. Insegna teologia pastorale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale San Tommaso d'Aquino e Storia del cristianesimo presso l'università Suor Orsola Benincasa. Collabora con la cattedra di economia e gestione delle imprese tenendo seminari sull'etica d'impresa presso la Facoltà di Economia dell'Università degli studi di Napoli Federico II.

E' parroco nella sua città dal 1986 della parrocchia della SS. Trinità che comprende i quartieri Vomero e Chiaia, zone della Napoli bene, dove indubbiamente non vi sono gli spinosi e ardui problemi dei quartieri più deprivati, ma dove una vera evangelizzazione risulta essere altrettanto difficile perché a volte nelle zone borghesi la gente crede di poter comprare ogni cosa, compresa la salvezza.

Mons. Gennaro Matino


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